«Il vero lusso? Smettere di dimostrare chi siamo»

INTERVISTA • CINEMA / SOCIETÀ

GIULIO BORGOGNONI

«Il vero lusso? Smettere di dimostrare chi siamo»

Scrittore del soggetto, regista e CEO di Ohana Media Group, Giulio Borgognoni racconta “Il lusso effimero dei social”, attualmente in corso di lavorazione: un’indagine sul desiderio di essere visti, sulla costruzione dell’identità e sul prezzo sociale di una cultura che confonde sempre più spesso l’apparire con l’essere.

L’INTERVISTA

Quando l’immagine prende il posto dell’identità

C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra il desiderio umano di presentarsi agli altri e la necessità di costruire incessantemente una versione esibibile di sé. È in questa frattura che Giulio Borgognoni colloca il nucleo del suo docufilm “Il lusso effimero dei social”, prodotto da Ohana Media Group Srl e ancora in fase di lavorazione.

Il suo sguardo non è nostalgico né tecnofobo. È, piuttosto, una critica culturale alla progressiva sostituzione dell’esperienza con la sua rappresentazione. Per Borgognoni il problema non è mostrare una parte della propria vita, ma arrivare a vivere in funzione dello sguardo altrui: un’abitudine che impoverisce il rapporto con se stessi e, quando diventa modello collettivo, finisce per alterare il modo in cui una società attribuisce valore alle persone.

«Il problema comincia quando non mostriamo più ciò che viviamo, ma viviamo per avere qualcosa da mostrare.»

Sei autore del soggetto e regista del film, ma anche CEO di Ohana Media Group. Quanto incidono questi tre ruoli sul progetto?

Molto, perché mi obbligano a tenere insieme visione e responsabilità. Come autore parto da una domanda; come regista devo trasformarla in immagini senza impoverirla; come CEO di Ohana Media Group devo creare le condizioni perché il progetto possa esistere con coerenza e qualità. Non considero questi ruoli compartimenti separati: sono tre punti di osservazione sullo stesso lavoro.

Da dove nasce “Il lusso effimero dei social”?

Dall’osservazione di una contraddizione. Il lusso, nella sua forma più interessante, parla di tempo, qualità, cultura, competenza, libertà di scegliere. Nel linguaggio dei social può invece ridursi a un segnale da esibire. Ho iniziato a chiedermi quanto di ciò che vediamo sia esperienza e quanto sia rappresentazione. Il film nasce da questa domanda, non dalla volontà di impartire una morale.

Perché la parola “effimero”?

Perché descrive la rapidità con cui consumiamo persino il prestigio. Un luogo, un oggetto o un viaggio possono diventare importanti per il tempo di una storia o di un reel; subito dopo occorre una nuova prova, una nuova immagine. L’effimero non è il lusso in sé: è l’ansia di rinnovare continuamente davanti agli altri la dimostrazione del proprio valore.

Il film è già concluso?

No. Il docufilm è in corso di lavorazione e proprio questa fase ci consente di approfondire il linguaggio e le testimonianze senza forzare i tempi. L’obiettivo è candidarlo alla Festa del Cinema di Roma 2027, con la speranza che venga ammesso. Solo successivamente al Festival è prevista l’uscita del film: vogliamo che l’eventuale passaggio romano sia un momento di confronto e non una semplice operazione promozionale.

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