«L’apparenza non è innocua quando diventa misura dell’esistenza»

IL NODO SOCIALE

Nel film emerge un netto dissenso verso l’“apparire senza essere”. Perché lo consideri un problema sociale?

Perché una società non si impoverisce soltanto quando perde risorse materiali; si impoverisce anche quando perde criteri affidabili per riconoscere il valore. Se la reputazione viene progressivamente separata dalla sostanza, dalla competenza, dalla responsabilità e perfino dall’esperienza reale, finiamo per premiare la rappresentazione più efficace invece della realtà più consistente. L’apparire è sempre appartenuto alla vita sociale; ciò che trovo preoccupante è la sua trasformazione da linguaggio a surrogato dell’identità.

È una critica soprattutto rivolta ai giovani?

No, sarebbe ingiusto. I giovani ereditano un ambiente costruito in larga parte dagli adulti. Sono però più esposti perché attraversano la formazione dell’identità in uno spazio dove consenso, visibilità e confronto sono quantificati. In una stagione della vita in cui si dovrebbe poter sperimentare, sbagliare e cambiare anche lontano dagli sguardi, tutto può diventare pubblico, misurabile e comparabile.

Qual è il danno più profondo?

Il rischio è che la persona impari a guardarsi dall’esterno prima ancora di conoscersi dall’interno. L’estenuante rincorsa ad apparire ciò che non si è, prima ancora di essere una menzogna rivolta al mondo, diventa una forma di menzogna verso se stessi: si costruisce un’immagine ideale e poi si è costretti a misurare quotidianamente la propria vita reale contro quella finzione.

È una condanna all’insoddisfazione, perché il sé concreto finisce per sembrare sempre inadeguato rispetto al personaggio esibito. Da qui possono alimentarsi insicurezza, fragilità e sofferenza psicologica; nei casi più seri, anche stati depressivi. Non intendo formulare una diagnosi generale né stabilire un automatismo clinico, ma credo sia irresponsabile ignorare quanto una cultura fondata sul confronto permanente possa incidere sul modo in cui le persone, soprattutto i più giovani, percepiscono il proprio valore.

Quindi i social sono il nemico?

No. Sarebbe intellettualmente pigro attribuire a uno strumento tutta la responsabilità. I social possono produrre conoscenza, comunità, creatività e lavoro. Il punto è comprendere la grammatica dello strumento e non permettere che quella grammatica diventi la nostra idea di valore. Non voglio dire a un ragazzo di spegnere il telefono; vorrei che fosse libero di accenderlo senza consegnargli la propria autostima.

«Vorrei che i giovani fossero abbastanza ambiziosi da costruire qualcosa che abbia valore anche quando nessuno lo sta guardando.»

Che cosa dovrebbe recuperare, allora, la società?

Una certa dignità dell’invisibile: lo studio che nessuno applaude, il lavoro fatto bene prima del riconoscimento, l’amicizia non documentata, la competenza costruita lentamente, la possibilità di fallire senza trasformare ogni esperienza in contenuto. Non è un elogio dell’isolamento; è la difesa di uno spazio interiore che non abbia bisogno di pubblico per esistere. In altre parole, recuperare la libertà di essere prima di avere la necessità di apparire.

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